domenica 7 agosto 2016

Duo



















































Luca Panaro ci ha intervistati a Fano in una chiesa con il tetto divelto molto affascinante.
Gli avevo dato una traccia, un veloce racconto sulla nostra attività attraverso l'immagine riprodotta.
All'inizio gli abbiamo mandato le foto qui sopra per il catalogo.









Poi abbiamo scelto 55 immagini che riassumevano l'ampio lavoro, me ne sono pentita, avrei avuto bisogno del  numero maggiore come preventivamente avevo preparato, ma non è stato possibile proiettare, per fare scorrere le risposte  in modo più esaustivo e divertente attraverso il flusso espositivo , mi viene spontaneo attribuire alle immagini un senso cinematografico, tanto che spesso invece di usare il girato-video uso i diversi frame fotografici per i lavori video; ogni tanto ci si ferma in una sola immagine, come un lungo respiro attraverso il quale l'ossigeno deve arrivare dappertutto e aspettare per essere assimilato. Avrei voluto riportare qui la traccia data a Luca per le domande, ma temo di rovinare il lavoro che lui vorrebbe pubblicare, funzionava molto il suo chiedere e il nostro rispondere. 
Alla fine dell'intervista i piccioni abitanti in quel luogo ci sono passati davanti volando nella notte come per applaudirci, ma uno sbadato si è "inzuccato" contro un alto filo.

                                      



CENTRALE FOTOGRAFIA

 9-12 giugno 2016,
Fano (PU)\ Ex Chiesa di San Francesco Chiesa di San Pietro in Valle
 a cura di Luca Panaro e Marcello Sparaventi

 l’immagine fotografica torna ad essere protagonista con la VIII edizione di Centrale Fotografia, rassegna annuale di eventi a tema sulla fotografia e l’arte contemporanea, a cura di Luca Panaro e Marcello Sparaventi.
La rassegna è organizzata dall’Associazione Culturale Centrale Fotografia, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Fano, con la compartecipazione del Consiglio Regionale Assemblea Legislativa delle Marche e con il contributo di Caffè Centrale, Hotel de La Ville, Ristorante la Liscia – Da Ori.
Il titolo scelto quest’anno, “Duo”, suggerisce un’attenzione particolare verso gli artisti che lavorano in coppia, che condividono quindi non solo l’esperienza artistica, ma anche la vita privata. Riteniamo interessante far conoscere al nostro pubblico, che ci segue con passione da anni, questo particolare modo di operare. Questo sarà possibile mediante incontri con gli autori, mostre, conferenze, installazioni, presentazioni di libri, momenti di riflessione sulla fotografia e l’arte contemporanea. Gli ospiti d’onore di quest’anno sono due coppie di affermati artisti contemporanei: Botto e Bruno e Cuoghi Corsello. Come tradizione si racconteranno al pubblico in conferenze dal taglio retrospettivo, capaci di trasmettere il senso e l’evoluzione della loro produzione nel tempo. Gli incontri con gli ospiti d’onore, nella suggestiva cornice della Ex Chiesa di San Francesco, sono accompagnati da proiezioni d’immagini e arricchiti dal dibattito col pubblico, alimentando il dialogo e favorendo la comprensione di una ricerca visiva spesso complessa e articolata.



venerdì 5 agosto 2016

La zampa di Pea Brain e Spaccare Tutto a Palazzo Pepoli



 A parte il titolo, che non citerò neanche, una bellissima mostra per tutti, dove chi ne sa è soddisfatto delle preziose e anche si commoventi opere prestate da fondazioni e privati, e chi non ne sa può farsi una idea della complessità del writing e altre pitture di strada rimanendone affascinato.

Le opere staccate rivelano la maestria di una tecnica che fino ad ora usata per le cose antiche è un valido supporto anche per le opere recenti, le quali, nella frenesia dei cambiamenti e abbattimenti delle città, andrebbero perdute.

Reliquie di amanti della strada, come i fans di Pea Brain che quando la grande oca bianca e nera è stata distrutta alla fine della demolizione del Link ne hanno conservato dei pezzi e alcuni prestati per la mostra.




Anche Rusty, il King del writing bolognese, ha prestato i suoi cimeli: dei grandi pezzi di muro di uno dei più importanti graffiti della storia di Bologna: la murata di Phase Two e Vulcan.




Un'altra reliquia l'ha prestata Kimet, il primo writer della seconda generazione.
Quando ha preso la dipartita dal suo appartamento ha staccato la carta da parati della cucina e messa in rotoli che sembrano pergamene antiche, sopra tante tag  di writers nel tempo, soprattutto del Mazzini.




Abbiamo installato la carta da parati nella parete di destra della stanza dove Christian Omodeo uno dei due curatori, l'altro è Luca Ciancabilla,  ha voluto Spaccare Tutto, un nostro slogan di eccellenza che abbiamo dipinto direttamente sul muro, e la cospicua collezione di tag di un writers di Parigi, Arek, è stata composta sulla sinistra del dipinto.









                                     















Neanche farlo apposta in piazza Minghetti c'è un magico portale per Parigi!

Sulla carta da parati ha ritrovato il suo antico posto un nostro olio del 2001 che Kimet ci comprò ancora prima di finirlo, era esposto anche nel 2015 nella mostra sull'arte bolognese curata da Antonio Grulli.



La cosa che più mi ha fatto godere nella mostra sono i bozzetti della collezione di Martin Wong di New York, i veri disegni fatti con le loro manine dai writers degli anni settanta sui loro Black Book.











Ma tante le opere belle e interessanti, quasi sembra che ora le si possano capire e Keith Haringh  


così vicino all'arte contemporanea prima ora non abbia più tanto senso confronto questi lavori all'apparenza più ingenui, ma forse invece maggiormente consapevoli e dentro al movimento.









Mi piaceva l'assurda composizione che creava il museo con queste opere e quelle preesistenti, giocando sull'alto e sulle pareti artificiali.


Mi ha anche sorpreso l'opera di Tommaso Tozzi, nel 1984 ha ideato la rivista "Bambina Precoce", attaccata come manifesti sui muri della città, su di essa la mappa per andare a scoprire i graffiti sui muri di Firenze di artisti prestigiosi ...quanto tempo prima di quello che fanno in molte città ora.








Hanno dato prova della loro maestria Dado e Rusty dipingendo sui muri del museo della città i loro nomi in modo estremamente elegante e virtuoso.








Anche noi dovevamo fare qualcosa di specifico e dopo diversi progetti, vedendo la stanza che portava al cinemino, ci siamo accorti che bastavano due segni e sarebbe diventata la zampa di Pea Brain come quella dipinta a Torino nella galleria di Guido Costa per la mostra 26 nel 2012, con 26 opere  installate sopra, ognuna rappresentativo di ogni nostro anno di lavoro.

Anche qui la zampa è nera ma è la parete dietro ad esserla, veramente un grigio molto scuro che con poca luce sembra nero, abbiamo dipinto sopra la parete le due dita mancanti e il resto è in pratica un buco scuro sullo sfondo.
Le persone passavano dentro alla zampa per raggiungere la stanza.











Come la struttura architettonica abbiamo sfruttato anche la tecnologia preesistente.
Un fiume messo in  negativo come sangue-terra scende verso il basso, un audio di acqua e canzoni varie come anche il canto dei nani tratto dal film "il signore degli anelli"  accompagna la discesa.














Sul grande schermo difronte era proiettato un video composto da due filmati sovrapposti con ciascuno 10 tag di Bologna al secondo che avanzavano: la pelle della nostra città.











Questo video era ripetuto in uno dei tre monitor che circondavano la colonna centrale,


negli altri due un altro video muro "via Torino" con la firma dei Mazzini Old Bastrds, la nostra crew e altre immagini che si sgretolano in pixel della città.



                                      





 Alla guida sonora abbiamo così fatto raccontare:

Lavorando su temi ponte tra l’arte e il writing  è sincronica l’ architettura che ci è stata offerta per evidenziare un segno del "bombing" che devastava le strade di Bologna negli anni 80-90: la zampa dell' oca chiamata Pea Brain, perfettamente il luogo  la descrive rendendola plausibile con solo l’aggiunta di due segni neri sul muro, da bidimensionale  come avveniva un tempo con le sue trasformazioni, diventa la strada, l’aria del portico  che conduce al cinemino dove si vedrà il principio che ha mosso questa mostra.
Il vuoto caricherà il nostro respiro, navigheremo dall’acqua al vento dei mille gesti monadici.
E dall'abisso l'eternità ritorna riallacciando i mondi.

Offriamo il nostro pasto.


Volevo fare qui il terzo rito per aiutare il ritorno della importante forza femminile della città, ma ancora non è stato, sicuramente non sarà più il terzo perché è avvenuto durante la mostra Inchiavabile recentemente avvenuta al Labas di Bologna, ne parlerò in uno dei prossimi post, anticipo solo che era la via della guarigione.

Prima della zampa nella stanza dedicata al Sacro


è arrivata anche Suf Venezia,





che accompagnava l'entrata in queste particolari acque, sincronico è stato che da quando abbiamo fatto il secondo rito nella chiesa di S. Maria Bambina presentata al tempio il 29 gennaio, lei è sempre rimasta sopra all'altare per non dare fastidio alle esercitazioni musicali e di yoga ella consacrata chiesa e proprio il giorno che è arrivata non poteva più essere li perché veniva celebrata una liturgia con frati....

Anche Dado e Rusty hanno messo delle loro opere nel percorso del museo un po discosto dalla mostra:

come la Vetrata di Dado 







e la cartolina di Rusty







Durante l'apertura della mostra ci sono state molte conferenze, mi è piaciuta moltissimo quella di
Aileen Micklarock Middel, la prima writer Olandese, con semplicità chiarezza e generosità ha offerto una visione geotropica del movimento inquadrandolo nelle sue importanze sociali e stilistiche, facendo capire proprio bene l'evoluzione e l'importanza, senza presunzione.





Purtroppo avevamo una visita guidata assieme a Luca Ciancabilla in giro per il museo quando c'è stata quella della stroica dell'arte Ilaria Oppe, siamo stati con lei dopo e le sue riflessioni erano molto interessanti, abbiamo poi scoperto di esserci già conosciuti a Berlino, esponevamo tanto tempo fa nella galleria dove lei era assistente....


Questa mostra mi ha dato l'opportunità di scrivere sul catalogo la nostra storia rispetto alla strada, ai graffiti.
In un soffio è venuta, ma in 70 mila battute, la maggior parte del tempo è stato impiegato a restringerla in 2500, recidendo anche il " recente" passato.




Mi fa piacere condividerla anche qui con in più delle immagini descrittive.


Nonni e nipoti



Anche mia mamma scriveva il suo nome Flora sulle cimentificazioni, cerotti infausti della sua Palazza, ex casa dei Benedettini.

Per punizione, alle elementari, sono stata chiusa in classe dal mio maestro durante l’intervallo per pulire i disegni che facevo sui tavolini. Sconfortata, mi hanno aiutata le maestre senza buoni risultati.

Negli anni ‘70 alle medie, come un virus, tutti scrivevamo il nostro nome, modificato, a palloncino, arzigogolato, sui diari, sui banchi. Sono stata rimproverata dal preside per essermi riempita le braccia di disegni.

Ma sui muri di Bologna è stato Claudio a portarmici nel 1986.

Lui lo faceva già da quando era alle medie, diventò un’attività al liceo artistico. Una delle prime scritte erano parole infantili. Nel suo delirio malato e regressivo, ha cominciato a scrivere GNA ovunque anche ad anello intorno alle mura della classe. La scuola di allora era comunque piena di scritte politiche musicali fricchettone demenziali, il clima del 77 si sentiva.


Sulle mura della città le sue lettere RN o RNTZ, solo per il gusto della loro forma e della difficoltà a leggersi, così che quando formò il suo primo gruppo musicale lo chiamò RN perché esisteva già sui muri. Usava marker o pennellesse e vernice ottenendo grandi lettere. Era solito disegnare e dipingere dei volti digrignanti, un autoritratto dei suoi disagi relazionali, ne fece un timbro con una grossa gomma da cancellare dentro ad una scatolina di metallo, si immergeva nella tempera verde e da qui sui muri rossi della città.


Sempre al liceo artistico, vide un suo amico fare un simbolo che lo interessò. Propose a lui ed a un’altro di farlo in tutta la città in segreto. Poi, continuò a disegnarlo da solo.

Concetto Pozzati, il nostro insegnante di pittura all’Accademia, disse a Claudio al loro primo colloquio che avrebbe dovuto fare i suoi disegni grandi sui muri della città. Lui, però, era inquadrato e gli sembrava troppo pittorico. Non gli piaceva Keith Haring, preferiva la sobrietà del simbolo o delle lettere. Poi, si ravvide e cominciò a dipingere qualche asciutto omino.
Nell’84 Dumbo (Dayaki) andò sopra ad un suo disegno ai giardini del guasto. Dumbo era il linguaggio nuovo Hip-Hop che arrivava dagli Stati Uniti, con annesse tutte le leggi della disciplina: un pezzo può andare sopra ad una tag. Per lui, il disegno di Claudio era solo questo, ma Claudio non lo sapeva, così gli riandò sopra insieme all’amico Alessandro Pessoli, crossando orrendamente uno dei primissimi pezzi della storia del writing bolognese: “One Shot”. 



Al quarto anno dell’Accademia, anche io e Mauro Pitaccolo diventammo amici di Claudio, Pierpaolo Campanini e Alessandro Pessoli formando il gruppo degli Skorpions. Ma a disegnare la notte di nascosto in tutta la città eravamo solo io e Claudio, un paio di volte venne anche Alessandro. Per me era puro divertimento e mai avrei immaginato diventasse così popolare da togliere visibilità e importanza al nostro lavoro artistico.



Nel 1988, abbiamo riaperto la galleria Neon, chiusa dopo la morte di Francesca Alinovi, con una mostra collettiva: la Regina degli U.F.O. Era curata da Claudio e Aldo Grazzi, io scrissi i testi con lo pseudonimo Pea Brain (mi firmavo cervellino, in un'antecedente testo mi tradussero anche il nome e lo adottai). Luca Massimo Barbero, il nostro primo critico e curatore, fece l’artista. Parallelamente alla ricerca artistica, scrivevamo sempre sui muri cercando di essere più segreti possibile. Claudio prese lo pseudonimo che in passato aveva usato per fare i fumetti e suonare: CANE COTTO, io usai PEA BRAIN. All’inizio facevamo tanti disegni diversi, ma poi l’oca prese il sopravvento. Claudio per un paio di anni disegnò ancora il simbolo, ma dopo cominciò a scrivere CANE COTTO, fino a sintetizzarlo in CK8. 
Eravamo piuttosto soli sui muri all’inizio. C’era il Conte che vedevamo a Bologna, a Roma, a Catania, a Palermo, a Milano e a Torino. Lo chiamavamo così perché una volta si firmò con questo nome. Cancellava le scritte di altri formando cappelli e poi metteva una faccina sotto, oppure scriveva deliranti poesie. Ora, ci sono diverse pagine su di lui su Facebook, che ne raccolgono il materiale. Lo chiamano l’uomo che scrive con i pennarelli sui muri o il signor Enzo.
Usavamo cose diverse per dipingere, persino la vernice per scarpe con la spugnetta che faceva tante belle gocce sbrodolanti (come gli attuali squeezer). I primi writers erano contro le gocce, perché, essendoci solo spray marci, la vera abilità era essere precisi e non fare gocce. Pensavano più a fare pezzi puliti che a taggare in giro. Per noi invece era un godimento, tanto che Claudio inventò lo spruzzino: un erogatore di acqua per piante con augello regolabile, nel quale mettevamo inchiostro insieme all’acqua così da spruzzare anche in alto sui muri. 







Si otteneva un segno-ferita che, a volte, sembrava scaturisse dall’interno della superficie colpita. Un compagno dei nostri tag tour con spruzzino fu Ico, che scriveva “2 bones”. 



A Dorso Duro, a Venezia, lo diluimmo molto per una mostra chiamata Fantasma, facendo disegni quasi invisibili. Lo spruzzino lo adottò, poi, il gruppo Zero devastando la città negli anni novanta.

Un’estate, abbiamo deciso di non lasciare sguarnita nessuna strada del centro storico, così da usare la cartina per segnare tutte le strade colpite. In poco tempo, nessuna era priva del nostro bombardamento sistematico. Io ero molto più veloce. Claudio scriveva un solo Cane Cotto, mentre io facevo tante oche e, per questo, ce ne erano molte di più. A lui, invece, piacevano i disegni che ti sorprendevano, perché li vedevi in punti nascosti e misteriosi. Si sa che d’estate i giornali hanno meno da scrivere, così, per tre giorni di seguito, parlarono di questi disegni che stavano invadendo la città e, in seguito, molti scrissero e parlarono di Pea Brain. La pubblicità più grande la fece Videomusic con un servizio su di noi che trasmettevano più volte al giorno. Questo vandalismo ci ha portato ad avere l’ammirazione e l’amicizia dei ragazzi dell’Isola Nel Kantiere, zona occupata del teatro dell’Arena de Sole. Questo mondo underground ci ha fatto sentire parte della città più autentica, ci prestavano persino le telecamere  per i nostri esperimenti artistici.
Con Dumbo siamo andati una notte a dipingere sotto il ponte della Veneta. Mi prestò gli spray e capii che P. era bidimensionale e non poteva essere come i pezzi. Diventammo amici e in apprezzamento per il mio bombing mi disse che tra noi era iniziata una saga (oibò non sapevo neanche cosa significasse).
Cominciavano ad esserci più tag nella città, erano i bambini della seconda generazione. Ci siamo conosciuti così, sui muri, scrivendoci vicino l’uno all’altro. Eravamo molto felici della loro apparizione. Finalmente non più soli. Claudio ha conosciuto Dado ad una festa, mentre io ero a casa dai miei genitori a Mantova. Non stava nella pelle a raccontarmi di questo ragazzino energico pieno di desiderio. Mi preoccupai, con ragione di causa, da allora la nostra vita cambiò e questi ragazzini egomaniaci entrarono a far parte del nostro mondo: Kimet Side Manai Dado Mambo Tork, Mone, Ciuffo, Rusty, ecc. Venivano a disegnare i bozzetti e a strafarsi di cannette a Villagenziana, il seminterrato dove abitavamo, alcuni di loro del Mazzini li chiamavamo Minestrine, ma non gli faceva tanto piacere. Con loro uscivamo in scorribande a devastare. Ricordo un assalto ad una scuola mentre pioveva a dirotto, ma nulla poteva fermarci.
Mi facevo prestare i tappini gloriosi per fotografarli facendo un lavoro chiamato l’esercito dei tappi. 



Oltre alle foto di squadra e come modelli singoli, una serie di tappi li ho ritagliati e numerati per regalarli a persone dell’ambiente dell’arte per donare simbolicamente l’energia di questa vitale attività ad un mondo che sembrava non averne più.
Loro disegnavano di continuo bozzetti. Ico e Claudio spesso disegnavano paperi. Io, influenzata da tutto ciò, incominciai a fare le trasformazioni di Pea Brain. Da bidimensionale, si aprì sui lati per diventare tante cose tridimensionali e figurative. Feci una serie di trasformazioni con il pennarello argento su cartoncino nero e le ritagliai. Armati di secchiello e di colla da manifesti e pennello, una notte, le incollammo nei pressi del Baraccano, ma, dopo poco, ci prese la polizia che mi fece buttare via una sporta di figurine che equivaleva a molte sere di lavoro. Incredibile che qualche giorno fa ne ho trovata una di allora, si parla del 1992. 
Dalle trasformazioni di Pea Brain nacque Petronilla. Si chiamò così perché quel giorno era S. Petronio. Lei è diventata anche scultura potendo essere tridimensionale. 



Pea Brain è apparsa in alcune nostre installazioni, come l’oca di 99 candele su alti candelabri nella Rotonda di S. Lorenzo a Mantova. 



La griglia di ferro saliva come un cancello ondulato e solo dall’alto potevi individuare il disegno di luce tremolante. Per completare questo lavoro abbiamo colpito duramente la città per qualche notte, facendo la differenza con le poche tag, tanto che i Mantovani se la sono presa e hanno impiccato alcune oche, quando succedeva che facessero a loro del male, ne facevo una nuova accanto bianca con le ali. Nell’ultima sera ci prese la polizia, erano fan di Pea Brain e dichiararono che se nessuno denunciava non ci avrebbero fatto nulla. Vollero una Pea Brain in caserma come ricordo, mi dissero che secondo loro era CK8 a impiccarmi le oche perché era sempre vicino a loro. Erano molto fieri di averci preso perché la polizia di Bologna non vedeva l’ora di acciuffarci, infatti sapevamo che quando un bambino writer veniva preso per prima cosa gli facevano vedere il disegno dell’oca chiedendogli minacciosamente se sapeva chi era.
L’energia folgorante, incessante dei bambini che spaccavano i muri abbiamo voluto concentrarla a Milano, nella galleria Care\Of.
Bombing party la città ideale, foto di Gorni

I ragazzini iniziati a questa disciplina dedicavano ad essa la maggior parte del tempo, per disegnare le complesse lettere, per domare gli spray che si imparavano taggando sui muri. Il loro sabato sera era prepararsi disegnando, perché li aspettava la linea o i muri. Tutto ciò porta alla concentrazione, all’arte, al coraggio, al concepire l’altro come amico insegnante avversario fratello, a comprendere se stesso, a specchiarsi attraverso lo scrivere il proprio nome e leggere quello degli altri e trovare la spirituale unicità attraverso il segno, lo stile e le proprie lettere.
Arrivarono da soli in treno, oltre a qualche loro amico c’era anche Campanini, Andrea Gnudi, il gallerista Mario Gorni e Umbaca.
Il gioco consisteva nello spaccare la galleria per tutta la notte di tag, pezzi, disegni e throw-up. I bambini hanno preso anche della terra fuori e l’hanno sparsa per far si che il posto sembrasse più vecchio e abbandonato, esagerando l’intenzione. La mattina prima che arrivassero i visitatori della mostra siamo spariti. Il pubblico milanese è rimasto disgustato. Era il 1992, le gallerie minimali e fredde, le città non erano bombardate. Solo dopo è avvenuto quello che è avvenuto, la tappezzeria di tag ovunque.
Abbiamo deciso di occupare un posto per stare più insieme e magari viverci. Li abbiamo chiamati tutti, c’erano anche Rocco detto Capo, il nostro bassista che aveva la telecamera con sé. Le scuole della Ponticella, sotto la giurisdizione di S. Lazzaro paese limitrofo di Bologna, erano vuote da un po’: la meta. Una volta dentro hanno cominciato a fare un gran rumore, volevano abbattere un porta chiusa e l’hanno fatto, conteneva schede elettorali. Ci siamo molto vergognati e preoccupati del loro comportamento. Infatti dopo poco è arrivata la polizia, è tutto registrato, 31 minuti è durata questa occupazione, ci hanno  messo in fila seduti su un basso muretto e ci hanno ripreso uno ad uno con la telecamera di Rocco. Ci hanno portati in questura con le sirene che giravano e le pistole spianate fuori dal finestrino, pigiando forte l’acceleratore e volando per il paese. Dato che non avevano abbastanza volanti per tutti, hanno chiesto l’auto del Capo così che è riuscito a nascondere la telecamera. Alcuni bambini erano già stati beccati un paio di volte a scrivere sui muri e con questa denuncia sarebbero finiti in riformatorio. Eravamo benvoluti nell’ambiente artistico della città, siamo andati dall’assessore alla cultura Silvia Bartolini a chiederle aiuto. Ci ha accolto con gentilezza e, essendo amica del sindaco di S. Lazzaro, le ha chiesto di cancellare le denunce di questa marachella. Così è stato, tutti salvi.

In quel periodo non capivamo molto perché i pezzi fossero ad altezza umana più il braccio alzato o, magari, un secchio sotto la scarpa per arrivare un poco più in alto. Eravamo abituati con l’arte a considerare il tutto intorno. Quella parte di muro sopra al pezzo ci dava fastidio. Così, abbiamo pensato di sfidarli e fare degli enormi disegni che prendessero tutta la parete, dipingendo a pennello con uno stile semplice in bianco e nero una sagoma e poi il contorno del colore opposto (alla fine come i throw-up). Li chiamammo “Paesaggi”, perché una volta tradotti in fotografie in bianco e nero sembrava che quel disegno fosse da sempre parte di quel paesaggio.





Quando ci chiamavano per fare le mostre, volevano, oltre all’opera, anche un paesaggio nella loro città, così che ci sono diversi grandi dipinti fatti in Italia. A Bologna, in questo periodo, era importante il Cavallazzi come hall of fame. Ci hanno dipinto tutti credo, meno che noi, ma lo frequentavamo ogni tanto, anche di notte tutti intorno al fuoco. L’unico disegno che ho fatto l’ho segnato sulla neve, una P. grande come il piazzale che si vedeva dal ponte con la scritta: dove siete? 
Abbiamo deciso di non occupare più con loro. Fu Ler, da allora chiamata angelo custode, a suggerirci di farlo da soli. Era il 1994, era allettante uno spazio grandissimo scoperto perché c’era un pezzo di Kimet. Circondato da alte mura con grandi cancelli su via Guelfa, una zona che allora era molto poco frequentata. Ci abitavano alcuni tunisini spacciatori, era enorme con tanti capannoni, casette pericolanti arroccate tra le erbe ai confini della muraglia, un grande fabbricato semicircolare fiancheggiava i cancelli, a ovest la ferrovia, da li passavamo scavalcando prima i binari e poi il muro di cinta. Abbiamo occupato l’11-11 all’uscita 11 bis dell’autostrada al numero civico 11\2 e le varie occupazioni sono durate 11 anni. Questa prima fabbrica durata fino al 1996 si chiamò ”il Giardino dei Bucintori”. 

Avevamo deciso di occupare perché non volevamo lavorare per guadagnare, ma solo per creare. Occupandoci di tante cose diverse, non volevamo sprecare tempo. Dedicandoci a questi luoghi e alle mostre ci siamo ritirati dalla strada. Non dipingevamo quasi più, abbiamo anche smesso di suonare, perché con il generatore era scomodo e lo usavamo solo nei sotterranei dove erano allestite le nostre opere luminose. Abbiamo smesso di essere presenti nella città, ai concerti, ecc. Rare volte, siamo andati a manifestazioni o cose in cui non eravamo coinvolti direttamente, come alla convention di Rimini. Eravamo perplessi su queste situazioni organizzate, ci sembrava che qualcosa si fosse perso, rimanemmo disgustati dal grande dipinto figurativo di Mode 2 e felici invece dei progressi di Dado. I graffitisti ci venivano a trovare, soprattutto Dado e Kimet raccontandoci le loro vicende e accapigliandosi sul pavimento. In quegli anni l’hip hop a Bologna è esploso e così in tutto il paese. I treni erano finalmente devastati e anche la musica è diventata importante. Il LINK prima e il Livello 57 dopo furono centri fondamentali per gli scambi di questa cultura.
Nel primo inverno, Cattelani ci ha chiesto una mostra sulla Famiglia. Lui era molto cattolico, andava sempre a trovare le suore di clausura. È stato il primo collezionista italiano della Pop Art. Abbiamo chiamato Dado a fare un pezzo sopra ad un grande tavolo con le nostre reliquie più importanti, perché lui rappresentava i graffitisti che erano la nostra famiglia. 



La mostra continuava in una stanza chiusa e si guardava dalla vetrata. Quando il timer selezionava la luce, si vedeva una camera da letto. Quando era buio una grande Petronilla fluorescente di lattice occupava tutto il letto matrimoniale, di fronte la scritta “Senso di Colpa” sempre fluorescente.
Molte persone venivano in pellegrinaggio al Giardino dei Bucintori.



 Si era creata come una leggenda su questo spazio enorme tenuto come un gioiello. Era proibito fumare e fotografare. Abbiamo vissuto qui fino al 1996 e poi, mentre la demolivano, abbiamo occupato sempre su via Guelfa la parte posteriore della Silma, fabbrica di materassi. Davanti abitavano i Freak-abbestia.
Era romantica paurosa vasta luminosa questa nuova casa. C’era anche la stanza di Freddy Krueger. Abbiamo capito che prima cambiavamo lo stile e poi trovavamo il luogo adatto. La chiamai “Cime Tempestose”. Era coperta di edera, aveva un vasto giardino d’inverno dove essa entrava e noi componevamo in sintonia dei suoi percorsi. Abitavamo al piano superiore, in una sala di 20 metri per 40 circondata da finestre grandi. Era un po’ come abitare in cielo, dopo i due anni precedenti che per avere luce dovevamo aprire le porte. Per ripararci dal freddo costruivamo una casa di cellophane molto ampia all’interno con due stufe a legna e i tubi che uscivano da questo teatro fuori sui tetti. Ogni anno la casa trasparente era una nuova diversa scultura.






Mario Gamba fece un servizio sui posti speciali di Bologna. Venne anche da noi, ma non potendo riprendere loro, nel servizio alla Rai quando si apriva il cancellino di Cime Tempestose c’era il nostro girato diverso, tremolante e surreale. 
Dipinsi qui l’ultimissimo paesaggio su un fianco: la P. ombra nera. L’edera ha cominciato a percorrerla distribuendosi solo sul nero, sembravamo noi coperti da questa nuova vita. A Cime Tempestose abbiamo dato lo spazio agli antichi fratelli del Mazzini per fare una palestra di thai boxe. Rossi, che si firmava Royal, ha vinto il campionato italiano del suo peso. Quando facevamo le maestose feste loro ci facevano da security. 

Nel 2001, ci hanno invitato ad esporre nella collettiva di tutti quelli che avevano vinto il premio Alinovi, curata da Roberto Dolio e Renato Barilli. Claudio ha avuto la bella idea di fare dipingere i nostri cognomi, Cuoghi e Corsello, dai writers migliori della città: Dado e Rusty. Hanno dipinto da noi sul muro per il catalogo. Avrebbero dovuto rifarlo alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, ma Rusty si era scordato ed era andato a Berlino. Dado ha scritto Corsello a destra, come un veliero che combatte il vento. All’inizio eravamo perplessi, ma poi ho avuto una luce: stava benissimo così quella parete a sinistra, bianca, vuota, che lascia il cuore sospeso. Questa mancanza sulla parete centrale faceva sbilanciare tutta la mostra, così che sentivi un brivido, uno squilibrio gustoso, pesava questa assenza. 
Proposi una mostra in galleria a Dado e Rusty. Loro ci sono spesso stati vicini, soprattutto Dado, e conoscevano il linguaggio del mondo dell’arte attraverso noi. Claudio si è opposto: “I writers devono lavorare in strada, non perdere tempo nelle gallerie”. Elaborarono dei lavori bellissimi, invece che spitturacchiare hanno portato il concetto della strada in galleria. Allora mi chiesi: “Ma se loro sono stati bravi come artisti, perché noi non impariamo a fare i pezzi?” Scelsi il nome SUF, perché volevo diventare almeno SUFficiente a farli e perché Rusty lo diceva sempre come intercalare, copiando il suo amico Suf della montagna. Accettò il nome e divenne il mio maestro. Claudio si convinse anche lui e il suo maestro fu Dado.
Uscì subito il puppet di Suf: una bambina con le orecchie da topo, con una vestina corta, magica: ha la proprietà di avere gli anni e la statura che desidera. Nel frattempo stavamo perdendo anche Cime Tempestose. Mentre smantellavano i tetti di eternit, abbiamo inscatolato il più possibile e ci siamo trasferiti nella stanza bianca aspettando di trovare una soluzione, ma il libro magico diceva di aspettare e divertirsi a dipingere ed andare a vedere i nostri fratelli che stavano iniziando a fare le grandi murate.
Cominciando a fare i pezzi anche noi, abbiamo finalmente capito quello che un tempo ci portò a fare i grandi paesaggi: il luogo dove i writer agiscono è la città, non è una parete o un’altra, il loro luogo è tutta la città. Perciò, il senso è fare più pezzi possibili e visibili, non pezzi alti come il muro ma come uno riesce. Era di una libertà insospettabile: questi dipinti se ne fregano se sopra non c’è nulla, quel che conta è che siano tanti e dappertutto, perché è la città intera la pagina, perché sono loro la città e i pezzi la firma.
Invece, quando cominciarono a fare questi grandi dipinti, non ci piacevano più perché facevano dei paesaggi figurativi accattivanti con i pezzi svolazzanti di qua e di là senza criterio. Ma questo è avvenuto un po' dopo, per avere il consenso degli assessori e poter dipingere legalmente dappertutto. All’inizio queste murate avevano più forza, anche se sempre svolazzavano i pezzi. Si sentiva un’energia di amicizia potentissima. Ci caricavamo andandoli a vedere e sentivamo la potenza delle cose fatte insieme che diventa insormontabile leggera flessibile unica. È stato commovente questo periodo di riallacciamento tra di loro: Dado, Rusty, Pazo, Side, Draw, Ciuffo.
Il signor Ercolani, gallerista della mostra di Dado e Rusty, mi regalò un banco ottico in cambio del mio lavoro, così che andando in bicicletta a fare sviluppare le grandi lastre nel Mazzini passavo da un stradina accanto alla ferrovia, a destra l’impero FIAT. Un giorno, trovando i cancelli aperti, entrai nei sotterranei ma c’erano i guardiani. Gli chiesi se mi davano le chiavi del cancello perché volevo occupare una parte per abitarci. “Te si mata” hanno risposto in veneto ridendo. Ho chiesto al libro magico e ha detto che era quello il posto. Fallendo la notte prima, andai sola la mattina in bici, diedi 100 mila lire ad un elettrauto perché venisse con il flessibile ad aprire il lucchetto della FIAT. È venuto con il furgoncino con la bombola, sembrava che ci fosse una nuvola dell’invisibilità sopra di noi. Una volta fatto, ha pulito i segni del fuoco, mi ha chiesto il lucchetto della bici, lo ha messo al cancello FIAT e mi ha dato la chiave. Davanti alla FIAT c’erano ancora gli uffici attivi, dopo un po’ sono andata dal direttore, mi ha accolta con gentilezza, ha detto che ci lasciava abitare lì, ma di non fare molta pubblicità.



Luce, acqua e su nella Sava anche il riscaldamento. Abbiamo subito imparato ad usare i programmi del computer, entrando in un nuovo mondo. Lavorando con i mobili e la composizione, il passo è stato breve a far diventare le lettere di SUF delle sculture di legno. 



Allora ricominciarono le attività che erano cessate: scrivere sui muri, suonare (Claudio aveva già cominciato a Cime tempestose con la batteria elettronica servendosi del pannello solare che ci eravamo regalati), frequentare la città, i concerti e la meravigliosa Sala Borsa dove andavamo in Internet. Ospitavamo i graffitisti nella stanza della pittura, ballerine, cantanti, la palestra di thai boxe, avevamo 40 bambini al giorno nel periodo con lo skate park. 





Eravamo già da tempo innamorati dei throw up, vedendo i primi grandi nel nord Europa, ci piacevano le sintesi studiate, ma farli ancora di più. Abbiamo cominciato ad agire in tangenziale dove c’erano allora solo i BBS e sui ponti delle autostrade.
Un bambino della Fiat si diede il nome Cap, lo sgridarono perché c’era già un Cap a Bologna e anche uno a New York. Lui si difese, sostenendo che nell’hip hop ci si influenza a vicenda e la stessa cosa la sentono in tanti, perché si è collegati e che un nome che c’è qui come ad esempio Suf c’è anche dall’altra parte del mondo. Kimet andò a Sidney e ci portò la foto con la tag di Suf! con il punto esclamativo. Lo copiai subito.
Il quartiere Mazzini si arricchì con questa esperienza alla FIAT. I nuovi writers si sono collegati ai nostri antichi fratelli, riallacciando il filo della storia e portando la disciplina in strada. Formammo la crew dei “Mazzini Old Bastards”, 



nacque anche la crew dei “Bambini Molesti”, come chiamavamo anche le Minestrine tanti anni prima.
Abbiamo conosciuto Blù vicino alla Fiat. Ci disse che aveva fatto il suo primo grande disegno sul muro, dopo che aveva visto i nostri paesaggi e, nel 2001, la grande oca bianca del LINK ormai abbattuta, come purtroppo anche il pezzo di Phase Two, il maestro di tutti (Rusty se ne portò dei pezzi in cantina). Persa la FIAT dopo 11 anni di occupazione, abbiamo vissuto per un anno in piazza Minghetti, dalla periferia al centro della città. Credevamo che Bologna diventasse importantissima culturalmente.




 Ci chiesero di fare il vecchione per capodanno, ma l’assessore alla cultura Guglielmi non acconsentì al primo progetto di Claudio: ardere un grande televisore sul quale si sarebbe proiettata una puntata di Blog con riassunto l’anno passato. In fretta abbiamo fatto fare un Mago nero e sono salita sulla cima della sua testa, dove ho messo i fiori secchi del Giardino dei Bucintori, perché diffondessero quell’energia nella città. Era la luna nuova di una nuova era. Ma il sogno si è infranto e tutto è tornato nel vuoto. Il vuoto ora si sta riempendo.
Nonni lo siamo di tutti i bambini che ci sono ora. Nonni sono i signori che hanno cambiato idea e ora difendono i graffiti, perché non possono fare a meno di amare quello che fanno i loro nipoti.




















Purtroppo molte delle mail che abbiamo dato per l'invito all'inaugurazione non sono state recapitate.

Per questa mostra abbiamo ristampato le maglie di Spaccare Tutto che vendono ancora al BookShop.
Anche Dado e Rusty hanno messo delle loro cose.









                                          giubbotti antichi di Rusty

 Vendono anche degli adesivi molto rudi che abbiamo fatto al Labas.




Sono state fatte delle magliette e delle borse con un sigillo magico che ho composto chiedendo un desiderio a Roversi Monaco per il bene di Bologna.





Anche Nonno Degrado compare su zainetti di plastica neri.

foto di Giovanna Ceolin


A proposito di quel vecchio...


Ci hanno sorprendentemente chiesto di dipingere due autobus.
Abbiamo chiamato Ciuffo a farlo con noi.
Quando siamo andati a visitare il deposito ci è subito venuta l'idea: un autobus con scritto BOLOGNA da lui e uno con scritto DEGRADO da nonno degrado, così che dalla virtualità di Faceebok si passasse alla nostra realtà.
Questa idea ci divertiva da matti!
Sopra ai tetti invece due Pea Brain blu così che quando le zampe che discendevano incrociavano il rosso dei mezzi rappresentavano il B.F.C.











I progetti sono passati.

Ciuffo ha fatto un brutto sogno e così non è venuto, al suo posto abbiamo chiamato Dado a scrivere Bologna, ha scritto anche ti nomi dei writer e delle crew della città dietro all'autobus per tutta la sua ampiezza.




Ci scusiamo per quelli scordati.

Sui frontali in piccolo c'era lo stencil di Schifio, mimetico ma c'era,  qualche Spaccare Tutto, uno anche all'interno, e Mazzini old Bastard e  Periferia Asociale.






Nonno Degrado ha fatto prima una prova al Secondo Piano del Labas,


venuto benissimo è andato con l'emozione succulenta  di dipingere sulla vernice del mezzo pubblico.





Il capo dei capi di TPER non ha passato il progetto invece....così che hanno fatto girare solo Bologna, cancellando anche i pochi stancil, meno Schifio perché penso non lo abbiano neanche visto è rimasto.

Che delusione.
Osso che è stato coinvolto anche lui per fare le guide alla mostra,

                                     




aveva proposto di usare l'autobus con DEGRADO per visite guidate su di esso verso gli hall-of-fame veri della città, come la Lunetta Gamberini...ma non hanno avuto questo coraggio.

Ci hanno dato la soddisfazione di fotografarli nella loro casa, spostandoli e risposandoli a nostro piacimento, mi sono molto divertita e ho comprato un grandangolo che fa le righe dritte apposta per l'occasione, usato però.
















Da tre mesi Claudio ha cominciato un quadretto ad olio con una di queste foto, speriamo che lo finisca presto.



Purtroppo non mi è mai capitato di incrociare l'autobus Bologna.



Questa storia finisce qui.


                                           collezione Andrea Pizzi